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Il camoscio è in crisi?



A giudicare da questo bel becco, riconoscibile dal corno sinistro rotto, si direbbe di no: in piena forma, il primo gennaio 2015 si è ripresentato per il terzo anno consecutivo all'obiettivo della macchina fotografica. Più prudente Hubert Zeiler, noto biologo della selvaggina e cacciatore attivo austriaco,secondo il quale, in un interessante articolo apparso sulla rivista (maggio 2014) Jagd&Natur,  la diminuzione delle catture di camosci in Europa preoccupa molti cacciatori. Anche in Svizzera il numero di capi abbattuti negli ultimi 25 anni è diminuito di quasi un terzo.

Il camoscio è diffuso in tutto l’arco alpino, da Nizza fino quasi a Vienna. Vista la sua estesa diffusione, si può affermare che la specie non è in pericolo di estinzione e gli esperti sono ottimisti per quanto concerne il futuro della specie nell’Arco alpino. Però in molte regioni, da circa due decenni, si segnala perlomeno una diminuzione degli abbattimenti. Una delle cause potrebbe essere la diminuzione degli spazi vitali dell’ungulato, causata dall’incremento del turismo alpino. Oppure gli influssi dei cambiamenti climatici in atto, le malattie contagiose, l’aumentata concorrenza con altre specie selvatiche, e molto altro. Però il camoscio ha da sempre dimostrato di ben sopportare la presenza umana e di adattarsi a climi estremi. Infatti questa specie reagisce bene a questi cambiamenti ed è in grado di compensare in breve tempo le diminuzioni naturali degli effettivi. Che cosa sta capitando allora al camoscio? Anche la FCTI ha avviato una discussione interna sul tema, basata sull’analisi di dati statistici degli ultimi quindici anni e l’argomento sarà ripreso in occasione dell’assemblea dei Presidenti sezionali e distrettuali il prossimo 2 febbraio, in vista di formulare i futuri indirizzi gestionali. Nell’edizione di aprile della rivista federativa pubblicheremo un articolo sulla gestione venatoria del camoscio che riprenderà alcune interessanti conclusioni del dr. Zeiler e di altri esperti.

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