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Pernice bianca: pronti a dialogare ma con presupposti seri


La replica del Presidente della FCTI a Vanossi


La decisione del Consigliere di Stato Claudio Zali di imporre una moratoria sulla caccia alla pernice bianca già per la stagione venatoria 2019, senza coinvolgere né i rappresentanti dei cacciatori né i tecnici del proprio Dipartimento, non poteva che sollevare il proverbiale polverone.

La reazione democratica ad un diktat politico senza precedenti, per lo meno in ambito venatorio, si concretizza soprattutto sui media dove molte sono state le prese di posizione. Alcune ponderate, altre meno sino a trovarne di decisamente grottesche. A queste ultime è buona regola non replicare. Se però provengono da presidenti onorari di riconosciute associazioni ambientaliste quali il WWF, una presa di posizione si impone.

Nel suo articolo apparso sul CdT dello scorso 18 luglio Piergiorgio Vanossi prende posizione sul problema con un’accozzaglia di concetti mischiando giudizi di valore sulla categoria dei cacciatori, superati da decenni anche da buona parte degli animalisti, con concetti pseudoscientifici assolutamente ridicoli e non meritevoli di essere discussi in un confronto serio.

Il presidente onorario di WWF dimentica che la Legge federale sulla caccia non limita l’esercizio venatorio alle sole specie in eccesso o che causano danni. Lo scopo della caccia era e rimane quello di gestire, tramite adeguato prelievo, la selvaggina nel suo complesso conservando la diversità delle specie. Non si parla infatti di caccia necessaria bensì di caccia sostenibile. E la caccia alla pernice bianca, come a tutta la selvaggina insidiata durante la caccia bassa in Ticino, è ampiamente sostenibile come lo dimostrano i dati dei censimenti e gli studi comparati con altri cantoni e con gli stati limitrofi con habitat analogo al nostro sia per conformazione territoriale sia per modalità di sfruttamento.

Un solo dato è eloquente. Sul confine con il Ticino, e più precisamente in Grigioni, è possibile cacciare le stesse pernici con una pressione venatoria cinque volte superiore a quella permessa in Ticino senza intaccarne gli effettivi. Le possibilità sono due o il riscaldamento globale si sta accanendo sulle alpi ticinesi oppure gli studi effettuati sull’intero arco alpino sugli effettivi di pernice bianca sono errati. Questo per rispondere a Vanossi che il cacciatore Ticinese “di bassa” è sempre stato costretto a digerire restrizioni ben superiori rispetto al necessario, accettate in un’ottica di gestione generale dell’attività venatoria ed a salvaguardia dei rapporti con il Dipartimento. Se però questi sono i risultati ben altri saranno gli approcci in futuro.

L’articolista dimentica poi che sono i cacciatori, e non certo le associazioni ambientaliste, ad effettuare gli unici censimenti in particolare dei tetraonidi sul nostro territorio, a tenere monitorate le specie anche in relazione ad eventuali malattie che, quelle si, potrebbero metterne in pericolo la specie, che la maggior parte degli interventi habitat effettuati dalle società di caccia sono diretti proprio verso la selvaggina di caccia bassa anche in zone di bandita e che se attualmente qualche turista sente il rogolio di un gallo forcello nei pressi di un battuto sentiero di montagna è anche merito dei cacciatori.

Quindi se discussione dovrà esserci che sia impostata su presupposti seri e basi scientifiche condivise secondo una procedura di consultazione tramite gruppi di lavoro come lo è stata la decisione di introdurre un numero massimo di catture per la beccaccia.

E questo senza evocare ottocentesche paure e spauracchi di pericoli d’estinzione paragonando la situazione attuale a quanto accaduto all’aquila o al gipeto dove, e ben ce lo ricorda Marzio Barelli nel suo studio Lupi, orsi linci e aquile, i cacciatori proprio non hanno nulla a che vedere se non nell’impegno profuso a sostenere una reintroduzione naturale di certe specie ed una salvaguardia di quelle ad effettivo rischio. Un approfondimento letterario a riguardo non nuocerebbe nemmeno al presidente onorario di WWF.

Per buona pace di Vanossi ricordo infine che normalmente una campagna elettorale si impronta su vittorie politiche non su restrizioni imposte, scegliendo accuratamente il campo di battaglia. Se in questa vicenda vi sono state strategie politiche queste vanno cercate altrove, in strategie che tentano di conciliare i termini di una legislatura con la volontà di imporre nuove regole incompatibili con una gestione serie e condivisa della selvaggina.

Capiamoci. I cacciatori non si sottraggono al dialogo e lo hanno ampiamente dimostrato ma pretendono di essere riconosciuti come parte integrante di una più ampia cultura alpina che va preservata e non sono disposti a farsi relegare a mero braccio armato di uno Stato che ha deciso di imporre le sue regole senza contraddittorio e nemmeno sono disposti ad accettare di esser tacciati quali esseri crudeli di una crudeltà che “non si incontra forse mai nemmeno nelle bestie”. Proprio in funzione delle future discussioni oso sperare che quella esposta sia una reazione isolata. Caro presidente onorario la crudeltà è anche intellettuale. Si chiama disonestà.


Fabio Regazzi, Presidente FCTI

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